Un invito alla presenza, alla sacralità del tocco e all’ascolto profondo
Il mio cammino come operatore olistico si è arricchito negli anni grazie all’incontro con tradizioni millenarie capaci di trasformare il corpo in un tempio di consapevolezza.
Uno degli incontri più potenti è stato quello con il Rituale Kashmiro, una pratica proveniente dal tantrismo non-duale del Kashmir.
Questo approccio ha rivoluzionato il mio modo di percepire il corpo, il tocco, lo spazio e il silenzio. Nella sua essenza, il massaggio kashmiro non è una tecnica, ma un’arte meditativa: una danza lenta e fluida che invita alla resa e alla presenza totale.
Attraverso movimenti continui, avvolgenti e privi di intenzione, il ricevente viene accompagnato in uno stato di profondo ascolto. Il corpo si rilassa, la mente si acquieta, l’energia comincia a fluire liberamente. È un viaggio interiore che non richiede parole, ma solo disponibilità a sentire.
Nel mio lavoro, il Rituale Kashmiro rappresenta uno spazio sacro di connessione autentica, dove ogni contatto è un invito a ritrovare sé stessi, oltre ogni maschera e oltre ogni tensione.
Questa pratica ha cambiato il mio modo di essere presente, non solo come operatore, ma come essere umano.
Cosa NON è il Rituale Kashmiro
Per onorare profondamente la tradizione da cui proviene, desidero chiarire cosa non è il Rituale Kashmiro:
- non è un massaggio erotico, né una forma di stimolazione sessuale. È una meditazione nel tocco, dove non si cerca un fine, ma si esplora la presenza.
- non è una tecnica standardizzata: ogni rituale è unico, nasce dal momento, dall’ascolto reciproco e dal respiro.
- non è adatto a chi cerca un trattamento “rapido”: richiede tempo, fiducia, abbandono e disponibilità ad entrare in uno spazio interiore profondo.
- non è invasivo né manipolativo: il rispetto dei confini e dell’intimità è assoluto.
Il Rituale Kashmiro è un’esperienza profonda di connessione, che celebra la sacralità del corpo e la libertà di essere.